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Intervento TAVI: rischi, casistica, procedure

  • 22 Apr 2018
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La Stenosi Aortica (SAo) è la patologia valvolare più frequente in Italia: gli ultimi dati disponibili riportano un’incidenza della patologia del 6% della popolazione oltre i 75 anni; più di 280mila persone in Italia, un quinto delle quali soffre di stenosi aortica definita “severa”. In mancanza di adeguato trattamento, l’evoluzione della malattia è causa di morte nel 50% dei casi a distanza di 3 anni dall’insorgenza dei sintomi.

Pertanto in presenza di stenosi aortica severa, la sola strada da seguire è quella della cardiochirurgia, con due opzioni disponibili: la sostituzione chirurgica convenzionale (SAVR) o l’approccio percutaneo (TAVI).

La TAVI (Transcatheter Aortic Valve Implantation) è la procedura più indicata nei casi in cui il paziente è ad alto rischio o addirittura è considerato inoperabile con la chirurgia convenzionale. Si tratta infatti di una tecnica mini invasiva che non necessita del tradizionale taglio dello sterno.

Accedendo tramite dei cateteri dall’arteria femorale (TAVI Transfemorale) o dal ventricolo sinistro (TAVI Transapicale), il cardiochirurgo impianta la protesi biologica direttamente nella valvola nativa che viene pertanto lasciata in loco.

Più facile a scriversi che a farsi, naturalmente. E con qualche rischio da valutare attentamente in fase di diagnosi. Secondo il Rapporto 2017 della Società italiana di cardiologia interventistica, negli ultimi 10 anni sono stati eseguiti in Italia circa 20mila interventi di TAVI. Un dato in forte crescita, come nel resto d’Europa, anche grazie all’intenso lavoro di proctoring internazionale svolto da cardiochirurghi come il prof. Mauro Cassese.

In una ricerca pubblicata sul “New England Journal of Medicine” si evidenzia la sostanziale equivalenza nel tasso combinato di ictus e mortalità per qualsiasi causa quando si confronta il ricorso alla TAVI rispetto alla SAVR. Anche se, vale la pensa ribadirlo, la TAVI consenta di intervenire in pazienti con un quadro clinico compromesso e pertanto a maggiore rischio di mortalità.

mauro cassese cardiochirurgo