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Un paziente racconta…

Navigando nel web, abbiamo trovato una bella pagina di diario di un paziente della Casa di Cura Santa Maria (in particolare del primario di Cardiochirurgia dott. Mauro Cassese).

Navigando nel web, abbiamo trovato una bella pagina di diario di un paziente della Casa di Cura Santa Maria (in particolare del primario di Cardiochirurgia dott. Mauro Cassese). Dall’intenso racconto di questo paziente, il cosentino Francesco Cirillo, dovrebbe presto uscire anche un libro (La balena e l’aneurisma – Coessenza Editore), in cui la malattia individuale diventa lo spunto per una riflessione più generale sul rapporto medico-paziente, sulla professionalità di chi assiste e cura i malati, sulla speranza e la paura di chi si affida alle mani di un chirurgo, sperando lo possa restituire alla vita.
La storia del sig. Cirillo, in attesa dell’intervento di cardiochirurgia presso la Santa Maria di Bari (clicca qui per collegarti) è molto bella e intensa e racconta proprio di questo: di quanto sia raro, eppure importantissimo, l’attaccamento al proprio lavoro. Che, nel caso dei medici, è anche una missione.
Il sig. Francesco è partito dalla sua terra, per sottoporsi ad intervento chirurgico altrove, dove ci sono i macchinari all’avanguardia, dove l’operazione sembra meno un salto nel vuoto. E – altra bella coincidenza – alla Santa Maria ha trovato un altro “emigrante” dalla Calabria: il cardiochirurgo romano Mauro Cassese, che per anni ha operato a Catanzaro, scegliendo poi di trasferirsi alla Santa Maria di Bari. E’ stato proprio Cassese ad operare il paziente che racconta: “Mi hanno spaccato il torace, tirato fuori il cuore, creato un by pass meccanico per il passaggio del sangue, raffreddato il cervello ed infine sostituita l’aorta. Operazione completamente riuscita”. Parole forti e decise, anche per esorcizzare ciò che l’intervento – delicato – è stato, e tutte le emozioni e le paure che ha trascinato con sé. E’ il bello di svegliarsi, dopo l’operazione, e prendere coscienza di avercela fatta (“Mi sveglio dopo una decina di ore nella sala rianimazione. ‘Sono vivo’, è la prima cosa che penso”). Ed è un modo per riconoscere il giusto merito a chi ha fatto in modo che tutto andasse come doveva.

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Mi sveglio dopo una decina di ore nella sala rianimazione. ‘Sono vivo’, è la prima cosa che penso.